Blog :     "DIALOGHI POETICI" a cura di Giuseppe Martella

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Commenti: 28
  • #1

    GIUSEPPE MARTELLA (martedì, 17 gennaio 2017 00:21)

    Per chi avesse ancora dubbi sulla statura incomparabile di Pasolini nella poesia del 900, questa "Supplica alla madre" che sola raccoglie, trasfigurata nei temi e nello stile, l'eredità della "Preghiera alla Vergine" nel Paradiso dantesco.
    E' un buon modo per iniziare poeticamente il 2017...
    Supplica a mia madre
    È difficile dire con parole di figlio
    ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
    Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
    ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
    Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
    è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
    Sei insostituibile. Per questo è dannata
    alla solitudine la vita che mi hai data.
    E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
    d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
    Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
    sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
    ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
    alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
    Era l’unico modo per sentire la vita,
    l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
    Sopravviviamo: ed è la confusione
    di una vita rinata fuori dalla ragione.
    Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
    Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

  • #2

    Domenica Timpano (martedì, 17 gennaio 2017 15:36)

    Bellissima poesia di un grande, testimone delle lacerazioni e dell dolorose contraddizioni del nostro tempo. Grazie per avercelo ricordato!

  • #3

    Flavia Vizzari (domenica, 22 gennaio 2017 00:19)

    Gli italiani di Pier Paolo Pasolini

    L'intelligenza non avrà mai peso, mai
    nel giudizio di questa pubblica opinione.
    Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
    da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
    un giudizio netto, interamente indignato:
    irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
    di questo popolo ormai dissociato
    da secoli, la cui soave saggezza
    gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.
    Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
    alzare la mia sola puerile voce -
    non ha più senso: la viltà avvezza
    a vedere morire nel modo più atroce
    gli altri, nella più strana indifferenza.
    Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

  • #4

    Domenica Timpano (domenica, 22 gennaio 2017 12:31)

    LETTERA ALLA MADRE

    «Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
    il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
    gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
    non sono triste nel Nord: non sono
    in pace con me, ma non aspetto
    perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
    da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
    come tutte le madri dei poeti, povera
    e giusta nella misura d'amore
    per i figli lontani. Oggi sono io
    che ti scrivo.» - Finalmente, dirai, due parole
    di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
    e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
    lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
    «Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
    di treni lenti che portavano mandorle e arance,
    alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
    di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
    questo voglio, dell'ironia che hai messo
    sul mio labbro, mite come la tua.
    Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori.
    E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
    per tutti quelli che come te aspettano,
    e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
    non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro
    tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
    del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
    non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
    Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
    morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater.»
    Salvatore Quasimodo



    Difficile offrire un commento su questa struggente lirica, dai toni familiari, che Salvatore Quasimodo indirizza alla madre rimasta sola in Sicilia dopo la sua partenza. Con parole dolci, suadenti, il poeta si rivolge a lei, le parla della sua vita, di un altrove lontano dove ha scelto di vivere per dare sfogo alla sua arte, senza mostrare tristezza, pur non essendo in pace con se stesso. Le scrive immaginando la gioia della madre nel leggere quelle parole, nel prendere conoscenza della sua gratitudine per avergli trasmesso una sana ironia che ha lenito dolori, che ha contribuito a renderlo più forte e coraggioso. Con l''invocazione " Mater dolcissima"' ultimo saluto alla madre e la supplica rivolta alla morte " gentile" perché non colpisca le mani e i cuori dei vecchi si chiude una delle più belle poesie del novecento che fa nascere in chi la legge sensi di smarrimento ma anche di pace e amore.

    Con queste poche parole, certamente inadeguate, ho voluto ricordare un grande del Novecento. Lodevole l'iniziativa posta in essere dal Prof. Giuseppe Martella, all'interno dell'Associazione Asas, promotrice di eventi culturali, che ci supporterà in un cammino che, senza dubbio,arricchirà le nostre conoscenze e servirà a dare sostanza alla voglia di "fare poesia", senza la presunzione di essere già consacrati "poeti".


  • #5

    Flavia Vizzari (domenica, 22 gennaio 2017 14:29)

    .... sicuramente anche l ausilio del blog può meglio concretizzare le esperienze che mensilmente partecipiamo durante i nostri incontri...

  • #6

    Giuseppe Martella (domenica, 22 gennaio 2017 16:52)

    Son contento di questo dialogo in versi fra Flavia Vizzari e Domenica Timpano, che fra l'altro mi hanno ricordato due testi che avevo rimosso, salvato forse in un angolo dell'inconscio o forse gettato nella spazzatura dei ricordi. A questo anche servono la poesia e la critica della poesia, a mantenere viva la memoria affinché possa nutrire il nostro immaginario condiviso.
    Quello di Pasolini è un chiaro esempio di poesia eticamente e politicamente impegnata (del tema cioè che stiamo trattando nei nostri "Tè letterari") e un precisa denuncia di un popolo, l'italiano, che non è mai riuscito a elaborare una schietta coscienza civile : "Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
    da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
    un giudizio netto, interamente indignato".
    La poesia di Quasimodo è invece di tutt'altra tempra e tenore: è una bellissima elegia per la madre, che pure si ricollega a quella di Pasolini che abbiamo altrove presentato.
    Come si vede, le vie del dialogo poetico sono infinite, pur fra temperamenti estremamente lontani, come sono quelli di Pasolini e Quasimodo. La poesia sempre riesce a suggerirci nuovi legami, nuove analogie nel creato, e a porci nuove domande, nuovi fecondi dubbi.
    Questa stupenda poesia alla madre, di Quasimodo, per esempio, farà sì che io, che non lo amo particolarmente, riprenda in mano la sua opera e magari alla fine sia costretto a rivalutarla.
    Anch'io credo che questo blog potrà essere un utile pendent dei nostri caffè e tè letterari, potrà, con l'ausilio di tutti, preparare, arricchire, diffondere i nostri incontri in carne ed ossa.
    Spero dunque che altri dell'ASAS vogliano presto unirsi a questo nostro dibattito per creare un luogo dell'anima della nostra associazione, e una cassa di risonanza dei nostri doscorsi.

  • #7

    Domenica Timpano (domenica, 22 gennaio 2017 18:33)

    Rileggendo la poesia di Quasimodo mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi...la bellezza delle parole, i sentimenti che trapelano mi hanno sensibilizzata molto. C 'è un'altra poesia dedicata alla madre, bellissima, e forse più conosciuta, scritta da Ungaretti, magari ne parleremo in seguito.

  • #8

    Lino pagliaro ..in arte Alex de carlo (domenica, 22 gennaio 2017 22:28)

    Preso dal tema della madre, per me , come penso un pò per tutti,coivolgente, vorrei esprimere un mio concetto spassionato , senza pretese...leggere i grandi poeti..di qualsiasi epoca , sicuramente dà grande spazio a commenti , critiche..per la maggior parte favorevoli, poichè si sa , il grande è grande in quanto osannato dalla critica e messo sul gradino più alto proprio per la sua immensa capacità di scrivere e comporre versi o altro..ma esistono anche gli altri , meno conosciuti, non direi meno fortunati,ma sicuramente poeti veri con P maiuscola, come esistono in pittura o in altre arti o scienze...come la musica ecc. dico questo perchè sopra ho letto di Pasolini e di Quasimodo due mostri della poesia del novecento , come il mio amico Giuseppe Martella, esimio professore ha ben ampliamente citato e commentato , insieme ad altri amici.. ecco io stasera vorrei proporre, sempre attinente al tema della madre , un poeta, si conosciuto dagli addetti ai lavori, vedi Anna M.Crisafulli Sartori, Ella Imbalzano, Vincenzo Orlando ecc. ecc. ma che non occupa il giusto posto che merita..ma che adesso io propongo alla vostra attenzione in questa splendida e struggente poesia..Lui è Nino Ferraù, di Galati Mamertino, professione : Maestro di scuola elementare..la poesia ha per titolo: L'antico odore----Ora il tuo corpo o Madre
    sotto le nostre lacrime
    ha l'antico odore della terra
    protesa al dono della prima pioggia.
    E le piccole verità
    diventano fari all'infinito
    e i piccoli ricordi
    son già mondi da esplorare;
    tutti i tuoi abiti
    simboli
    tutte le tue cose
    reliquie
    ............................
    Morta la Madre, è un nuovo focolare
    la tomba, e solo allora anche pei figli
    morire è dolce,come rincasare.

    Grazie per lo spazio, l'accoglienza e, mi piacerebbe sapere che ne pensate..buona serata

  • #9

    Domenica Timpano (lunedì, 23 gennaio 2017 15:48)

    Bellissima poesia con una chiusa che mette in risalto l'immenso amore per la madre. La tomba, vista come un focolare che regala ai figli la certezza che morire sarà dolce, sarà come rincasare, stare nuovamente insieme,tocca note profonde dell'anima.
    Di questa nuova avventura siamo ancora all'inizio, io ritengo sia giusto ricordare i poeti che ci hanno emozionato, sia i grandi che tanti altri, diciamo minori, senza voler sottovalutare nessuno, parimenti significativi. Importante è ricordare Poeti.

  • #10

    Maria Carcione (lunedì, 23 gennaio 2017 16:42)

    È una bellissima iniziativa all'interno dell'ASAS, dedicare al Novecento poetico una rubrica. Anche perché alcuni scrittori di tale periodo sono poco conosciuti ma meritano attenzione.
    Vorrei ricordare la poesia di Amelia Rosselli:

    "Pietre tese nel bosco"
    Pietre tese nel bosco; hanno piccoli amici, le formiche ed altri animali
    che non so riconoscere. Il vento non spazza via il sasso, quelle fosse, quei resti d'ombra, quel vivere di sogni pesanti.
    Resti nell'ombra: ho un cuore che scotta
    e poi si sfalda per ingenuamente ricordarsi
    di non morire.
    Ho un cuore come quella foresta: tutta sarcastica a volte, i suoi rami lordi discendono sulla testa a pesarti.

    A. Rosselli, Poesie, Garzanti, Milano
    1977

    La poesia investe la realtà di un forte senso di tensione morale, che tuttavia pone l'accento in forme talora visionarie e sconvolte, sulle ferite di un "Io" lacerato e frantumato.
    Il problema della nevrosi coincide con le regioni più oscure e inquietanti dell'inconscio, che rappresenta la tematica più vera di questi versi.
    Non a caso il suo equivalente, introdotto della prima persona di disfacimento e di dissoluzione necessaria per non recidere il fragile filo che ancora lega all'esistenza.
    Il problema della nevrosi e le gravi malattie psichiche è un dato biografico, a causa dei traumi subiti nelle vicende della sua vita, per la giustizia e la libertà.

  • #11

    Giuseppe Martella (lunedì, 23 gennaio 2017 18:10)

    La conversazione si è quasi per caso focalizzata sul tema della madre: le poesie vi fanno da alone, lo informano e lo deformano, creano delle forme di straniamento di ciò che pur conosciamo bene, e ce lo restituiscono più ricco e più luminoso, un'iridescenza, una spuma marina, che funge da nutrimento all'anima. E' questa forse la funzione della poesia: regalarci un'ebbrezza e una visione passeggere, quasi come fa l'idromele per gli dei.
    Benvenuti dunque anche i nuovi contributi.
    Nino Ferraù è senz'altro già considerato un "piccolo maestro", uno squisito poeta di nicchia. Per noi messinesi è un fiore all'occhiello, un fiore che dovremmo coltivare. Ha fatto bene Alex De Carlo a ricordarcelo.
    Amelia Rosselli è un caso aperto nella poesia italiana: c'è chi pensa che sia la maggiore poetessa del 900 e chi semplicemente non la capisce. Io oscillo fra le due posizioni. Il suo animo ferito (dall'assassinio del padre, etc.) chiede anzi pretende insistentemente ascolto, e nel farlo evoca analogie sublimi e apre abissi di senso. La sua forma poetica mi sembra però sempre incompiuta, sfrangiata...talvolta velleitaria....Su di lei sono costretto a sospendere il giudizio: devo sicuramente rileggerla.
    Ringrazio Maria Carcione per avermelo "ricordato": quella di Amelia Rosselli è comunque una presenza di cui non ci si può disfare facilmente.


  • #12

    Lino pagliaro ..in arte Alex de carlo (lunedì, 23 gennaio 2017 22:56)

    Scusate se pigio ancora il tasto sul Poeta Nino ferraù, di cui sono un grande estimatore, avendo moltissime sue opere grazie al fratello di cui mi onoro essere amico, cosi come dell'Ill.mo prof.Giuseppe Martella, volevo semplicemte sottolineare due cose: 1) egli è stato , dapprima un poeta satirico, faceva satira sui politici del tempo, e anche fondatore di una corrente chiamata Ascendentismo , corrente letteraria d'indirizzo antidecadentismo e antiermetico, con una rivista sempre da lui fondata..e diretta per oltre trent'anni,,dal titolo "Selezione Poetica; 2) la sua preghiera, direi la sua invocazione a Dio era questa: "Signore Iddio ti prego se nella vita non potrò essere un grande..fai che io sia un nulla..ma un mediocre mai". Grazie ..alla prossima un saluto a tutta la "compagnia" con questa stupenda poesia talmente vibrante..da sentirsi parte integrante della stessa..Titolo:Villa Borghese....
    Eri torcia d'amore tra gli ombrosi meandri della villa.
    Bruciavi.Camminammo, sconfinammo dal viale pettegolo di ghiaia:
    cercammo l'erba; muta di prudenza.
    Agli ultimi saluti della luce solo rispose lo stridio che
    ancora seguiva qualche passo lontanante.
    Poi fu vuoto il viale e muto come un letto abbandonato
    dall'amante o un alveo del torrente. Era quell'ora quando
    ogni cuore pensa ad un assente. E fummo soli.
    Soli.
    Ma sui rami dei vecchi ippocastani erano rimasti brividi segreti
    come se vi fossero impigliati mille sogni d'amanti e di poeti.
    Bianchi busti di marmo ci guardavano in una posa che
    ci parve quasi invidiosa o sciocca.
    L'universo era mio e ne bevevo tutto il mistero suo
    nella tua bocca. Folle sera d'aprile in cui sposavo
    l'anima del mondo chiusa nelle tue forme:
    in te sentivo per la prima volta sconfitto il mio destino.
    Ero forte.
    Eri bella.
    ....Una falce di luna faceva sopracciglio ad una stella.

  • #13

    Domenica Timpano (sabato, 28 gennaio 2017 16:20)

    Conosco, per averlo sentito nominare parecchie volte , Nino Ferraù, avrò letto anche molti anni fa qualche sua poesia di cui, ahimè, non conservo un vivo ricordo e me ne rammarico. Leggendo i versi di " Villa Borghese", che ha messo in evidenza Nino Pagliaro, penso di avere trascurato un poeta che rende forti emozioni con parole che lasciano il segno. "Poi fu vuoto il viale e muto come un letto abbandonato dall'amante o un alveo del torrente. Era quell'ora quando
    ogni cuore pensa ad un assente. E fummo soli." Grazie Alex per avercelo ricordato.
    Soli."..."L'universo era mio e ne bevevo tutto il mistero suo
    nella tua bocca. Folle sera d'aprile in cui sposavo
    l'anima del mondo chiusa nelle tue forme:
    in te sentivo per la prima volta sconfitto il mio destino."

  • #14

    domenica (sabato, 28 gennaio 2017 16:30)

    Nella pubblicazione del commento alcune parole risultano spostate ( Grazie Alex...) come mai?

  • #15

    Giuseppe Martella (domenica, 29 gennaio 2017 11:49)

    Alex e
    Domenica grazie per averci ricordato questo notevole poeta siciliano! Il blog può dare i suoi frutti dunque

  • #16

    Flavia Vizzari (domenica, 29 gennaio 2017 13:55)

    Di Umberto Saba:

    Io sono come quella foglia - guarda -
    sul nudo ramo, che un prodigio ancora
    tiene attaccata.

    Negami dunque. Non ne sia rattristata
    la bella età che a un'ansia ti colora,
    e per me a slanci infantili s'attarda.

    Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce.
    Morire è nulla; perderti è difficile.

  • #17

    Domenica Timpano (sabato, 04 febbraio 2017 12:56)

    Le monache di Sogliano

    Dal profondo geme l’organo
    tra ’l fumar de’ cerei lento:
    c’è un brusìo cupo di femmine
    nella chiesa del convento:
    n vegliardo austero mormora
    dall’altar suoi brevi appelli:
    dietro questi s’acciabattano
    delle donne i ritornelli.
    Ma di mezzo a un lungo gemito,
    da invisibile cortina,
    s’alza a vol secura ed agile
    una voce di bambina;
    e dintorno a questa ronzano,
    tutte a volo, unite e strette,
    e la seguono e rincorrono,
    voci d’altre giovinette.
    Per noi prega, o santa Vergine,
    per noi prega, o Madre pia;
    per noi prega, esse ripetono,
    o Maria! Maria! Maria!
    Quali note! Par che tinnino
    nell’infrangersi del cuore:
    paion umide di lagrime,
    paion ebbre di dolore.
    Oh! qual colpa macchiò l’anima
    di codeste prigioniere?
    qual dolor potè precorrervi
    la fiorita del piacere?
    Queste bimbe, queste vergini
    in che offesero Dio santo,
    che perdóno ne sospirano
    con sì lungo inno di pianto?
    Manda l’organo i suoi gemiti
    tra ’l fumar de’ cerei lento:
    di lontane plaghe sembrano
    cupe e fredde onde di vento...
    Dalle plaghe inaccessibili
    cupo e freddo il vento romba:
    già sottentra ai lunghi gemiti
    il silenzio della tomba.

  • #18

    Flavia Vizzari (sabato, 04 febbraio 2017 13:03)

    Le monache di clausura hanno la missione di pregare per tutta l umanità

  • #19

    Domenica Timpano (sabato, 04 febbraio 2017 13:19)

    Ho studiato questa poesia di Giovanni Pascoli quando frequentavo le scuole medie e da allora mi ritorna sempre in mente perché ha colpito molto la mia sensibilità. L'inno di pianto delle fanciulle, a discolpa di un' offesa recata a Dio ( ma quale? ), l'organo che geme, il brusio cupo delle femmine, il richiamo finale alla tomba e tanto altro ancora, creano un'atmosfera di una tristezza indicibile che induce a meditare.
    ( Pascoli aveva due sorelle che, rimaste orfane, "vivevano" nel convento di Sogliano. Le donne per la legge del Caporalato, comunque, a quei tempi, erano costrette, contro la loro volontà, a farsi suore. Giovanni Pascoli, come altri poeti ha toccato l'argomento )jaJ

  • #20

    Domenica Timpano (sabato, 04 febbraio 2017 13:25)

    E' vero Flavia, è un impegno quello di pregare per l'umanità che si assumono le suore di clausura e tutti i religiosi , ma in questa poesia non è un pregare tranquillo, le voci sono espressioni di un dramma.

  • #21

    Domenica Timpano (mercoledì, 08 febbraio 2017 13:37)

    L'8 febbraio 1888 nasceva Giuseppe Ungaretti poeta precursore dell'ermetismo

    Bosco di Courton luglio 1918

    Soldati

    Si sta come
    d'autunno
    sugli alberi
    le foglie.

  • #22

    Giuseppe Martella (sabato, 11 febbraio 2017 19:58)

    Esempio felice di minimalismo lirico, di cui il celebre

    Ciascuno sta fermo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole
    ed è subito sera"

    del nostro Quasimodo, è un tardo gesto epigonico.

    Ungaretti fu un maestro per molti. Grazie per avercelo ricordato, Domenica.

  • #23

    Giuseppe Martella (sabato, 11 febbraio 2017 20:01)

    Dopo quelle del friulano Pasolini e del "ragusano" Quasimodo, un’altra splendida poesia dedicata alla madre, del nostro (barcellonese) Bartolo Cattafi. Un poeta probabilmente sottovalutato, perché difficile da inquadrare nelle correnti della lirica del Novecento.
    Questa poesia, per esempio, parte come un innocuo colorito bozzetto agli occhi del lettore per tramutarsi, negli ultimi tre versi, in una pugnalata nel cuore.


    Un 30 agosto

    Si vide subito che si metteva bene:
    eventi macroscopici nessuno,
    il sole ad un passo da settembre
    diede la prima razione
    alle isole di fronte,
    il mare mandò lampi di freschezza,
    il caldo soltanto fra tre ore,
    un immenso celeste, ancora un giorno
    per l’uva e gli altri frutti di stagione,
    tra i pochi rumori di paese
    l’ossigeno sibilando disse
    di non farcela più con quel suo cuore.
    Di primo mattino la morte di mia madre.

    Da L’osso, l’anima (1964)

  • #24

    Domenica Timpano (domenica, 12 febbraio 2017 18:14)

    Con pochi versi Ungaretti e Quasimodo, nelle due poesie evidenziate, lanciano dardi che trafiggono il cuore di chi legge, danno, in modo essenziale, scarno, un significato profondo e drammatico al destino dell'uomo.

  • #25

    Domenica Timpano (domenica, 12 febbraio 2017 19:02)

    Non è da meno la poesia del nostro Bartolo Cattafi, posta all'attenzione dal Prof Martella dove, dopo la descrizione di consuete attività di un fine estate, in un clima ricco di sole, mare e serenità, irrompe il dramma che toglie il fiato, lascia attoniti.
    Un sibilo,"tra i pochi rumori di paese", all'improvviso, dice di una battaglia persa, di un cuore che non ha trovato la forza per continuare il suo percorso. Dice del cuore della madre del poeta che si è fermato!.

  • #26

    Giuseppe Martella (sabato, 06 maggio 2017 13:19)

    Davanti alla legge (tratta da un racconto di Kafka)

    Davanti alla porta sta un usciere
    passeggia avanti e indietro senza posa
    io gli domando se mi lascia entrare
    lui mi risponde “forse ma non ora”
    mi porta uno sgabello ed io mi siedo.
    Rimango lì degli anni chiudo gli occhi
    poi li riapro
    dormo e mi sveglio e gli domando ancora,
    stanco l’usciere con le mie preghiere
    non me ne voglio proprio andare
    gli porgo anche dei doni
    e lui infine mi risponde
    accetto solo perché tu mi creda
    “la porta è aperta ma non si può entrare”
    io maledico la mia malasorte
    lui mi fa un cenno: “cosa vuoi sapere ancora?”
    Perché nessun altro qui si fa vedere?
    Chiudo la porta dopo la tua morte.
    È solo tua la legge che sta scritta qui
    La rima e il verso: il senso della vita.
    Ora che è finita, stai pur tranquillo
    e rimani a sedere.

  • #27

    Domenica Timpano (domenica, 28 maggio 2017 21:02)

    Non conoscevo questo racconto di Kafka. Mi ha molto incuriosita e sono andata a leggere tutto il testo. Su sito che di seguito evidenzio, per chi volesse saperne di più, ho trovato argomentazioni molto interessanti. https://prismi.wordpress.com/2009/12/14/davanti-alla-legge-una-gnoseologia-del-dolore-1/
    Grazie Prof. Martella per avercelo fatto conoscere, così si fa cultura!

  • #28

    giuseppe Martella (sabato, 07 ottobre 2017 10:59)

    Le donne fuorigara

    non escono sui periodici
    si limitano a filare febbraio

    sono vele ancora pronte al vento
    indugiano fra le offese degli anni

    quando contano caute gli spiccioli
    ripassano umanesimo e rinascimento,
    brigate e giostre,
    separano l’uno dal cento
    poi chiudono nella presa
    e consegnano tutto,
    prezzo e profumo
    di quello che è stato.
    Cosa resta del passato ?

    Se le incontri osserva
    l’elastico del sorriso,
    appare e scompare come loro,
    quella che nascondono è gloria
    che ha consumato mani,
    caldaie di luce,

    non temere per il tuo egoismo
    non ti fermeranno mai
    le donne fuorigara

    loro chiedono solo
    il cappotto di giorni ben sotto
    le grondaie

    e appena
    uno zerbino alato
    davanti la porta.

    Marco Righetti

    Marco Righetti è uno scrittore poliedrico (poeta, narratore, drammaturgo), abbastanza noto agli addetti ai lavori ma non al grande pubblico. A mio avviso merita un approfondimento. Vi presento questa sua bella, asciutta, non enfatica poesia sulle donne. Buon Week End