SEMINARIO AUTODIDATTICO A.S.A.S. DI LINGUA SICILIANA

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Commenti: 4
  • #1

    Flavia Vizzari (martedì, 17 gennaio 2017 00:08)


    I QUADERNI DI LINGUA SICILIANA DELL’ A.S.A.S.

    I PARTE: - Come primo incontro dell’ottobre 2016 abbiamo voluto affrontare e chiarire le differenze tra Lingua, Dialetto e Vernacolo.
    In realtà tra Lingua e Dialetto, dal punto di vista glottologico ed espressivo, e riguardo ai contenuti, non vi è alcuna differenza.
    La Lingua (come ci dice anche Salvatore Camilleri nella sua Grammatica della Lingua siciliana), non è altro che un dialetto che, per complesse vicende storiche, ha assunto una posizione di maggiore prestigio politico e letterario. Il passaggio da Dialetto a Lingua consegue di avere maggiore prestigio, divenendo strumento espressivo e rappresentativo di una comunità più vasta, di diventare strumento letterario, voce ufficiale non solo della poesia ma anche e soprattutto della prosa. La Lingua diviene necessariamente codificata assumendo una ricchezza lessicale e rigorosità grammaticale e attraverso la prosa della narrativa, dell’informazione, della saggistica, della scienza, della filosofia, ecc., acquista sempre più consapevolezza di Lingua ed importanza.
    Il Dialetto è il sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate e in ambito socialmente e culturalmente ristretto, divenuto secondario rispetto ad un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito ufficiale (Lingua) o tecnico-scientifico; diventa generalmente strumento della sola Poesia e più specificatamente una Lingua di seconda classe.
    Come si pone il Siciliano in questo contesto?
    Il siciliano innanzitutto non è come alcuni credono un dialetto dell’italiano, anzi al pari di questo, deriva dal latino volgare e costituì la prima Lingua letteraria italiana già nella prima metà del sec. XIII, nell’ambito della scuola siciliana. La lingua siciliana è una lingua neolatina parlata ad oggi da circa 5 milioni di persone sul territorio italiano. Se consideriamo i discendenti di siciliani emigrati all'estero dalla seconda metà del XIX secolo circa, il numero sale a circa 22 milioni. Nonostante il siciliano sia la lingua della quotidianità in Sicilia almeno dal XI secolo, assurto a lingua letteraria dal 1230 grazie alla creazione della Scuola Poetica Siciliana di Federico II di Svevia - cui seguì l'influenza sui poeti toscani che riversarono queste influenze nel toscano letterario che portò alla nascita della lingua italiana -, oggi questo non gode di alcuna forma di tutela, in un mondo in cui imperversa la globalizzazione e in cui una lingua muore ogni due settimane, portando via con sé la cultura di cui era espressione, oltre a particolari visioni della vita e del mondo.

  • #2

    Flavia Vizzari (martedì, 17 gennaio 2017 00:09)

    Anche l’Unesco riconosce al siciliano lo status di lingua madre, motivo per cui la maggior parte dei siciliani è descritta come bilingue, e lo classifica tra le lingue europee "vulnerabili"; inoltre la lingua siciliana potrebbe essere ritenuta una lingua regionale o minoritaria ai sensi della Carta europea per le lingue regionali e minoritarie, che all'articolo 1 afferma che per "lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue ... che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato". Nel 1999 è stata varata la legge 482, "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche" in cui si tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo", escludendo quindi, senza seguire dei criteri linguistici, tutte le altre lingue parlate sul territorio del Belpaese e relegandole al rango di 'dialetti' (sebbene per i linguisti in ambito accademico non vi sia alcuna differenza tra dialetti e lingue e la 'discriminazione' di quelli che vengono quotidianamente chiamati dialetti avviene, per così dire, a livello politico): tra queste, oltre al siciliano, troviamo il piemontese, il veneto, l'emiliano, il romagnolo, il lombardo, il napoletano ed altre. Nel 1981 e nel 2011 sono state promulgate due leggi regionali sull'insegnamento del siciliano nelle scuole dell'isola, ma non si sono rivelate abbastanza per cercare di conservare la lingua, che sempre più va perdendosi per effetto del vastissimo uso dell'italiano (e anche dell'inglese) da parte dei mass media, e non risultano molti casi in cui le due leggi siano state messe in atto. La storia di un popolo la si può leggere attraverso la sua Lingua, sono due cose che camminano in simbiosi; la storia della Sicilia è ricchissima e molto varia e ciò non poteva che fare nascere una Lingua di una ricchezza e con una varietà lessicale e di espressioni colorite che con una sola parola a volte riesce ad esprimere un concetto. La nostra parlata, diversa anche tra le varie province, è l’espressione delle proprie origini ricche delle influenze dei vari popoli che hanno conquistato l’isola. Il siciliano oggi è materia di studio del Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani, che si propone di promuovere gli studi sull’idioma isolano antico e moderno. I vari studiosi hanno classificato il siciliano delle diverse province evidenziandone le rispettive peculiarità.
    Il Vernacolo non è, come molti ritengono, un sinonimo del Dialetto, ma una particolarità dello stesso; è una parlata di un determinato luogo che si differenzia dal dialetto della zona più vasta per alcune “particolarità”, per elementi di esso resi maggiormente marcati, vivaci o esagerati facendone assumere una particolare “caratteristica”. Possiamo dire che il Vernacolo rispetto al Dialetto è più popolare, spontaneo e locale.


  • #3

    Flavia Vizzari (martedì, 17 gennaio 2017 00:10)

    II PARTE: - L’alfabeto, l’aferesi, l’apocope, l’elisione.

    Le lettere dell’alfabeto siciliano moderno sono ventitrè (23) delle quali cinque (5) sono vocali e una (1) semiconsonante, la J.
    La J dunque, è sia vocale che consonante; è consonante quando si trova ad inzio di parola o in posizione intervocalica e rappresenta la trasformazione di d e di g, esempio: vaju, jitu, jornu, junciu, prijera, annijari, ecc.
    Si caratterizza perché, nel contesto linguistico, assume tre suoni di pronunzia differenti: - suona i quando segue una parola non accentata: quattru jorna (consonante), e quando è in posizione intervocalica; vaju a casa. Suona gghi quando segue una parola foneticamente accentata o un monosillabo tri jorna; a jornu. Suona gn quando segue un.

    Maiscola Minuscola Pronunzia
    A a a
    B b bi
    C c ci
    D d di
    Dd dd ddr
    E e e
    F f effi
    G g gi
    H h acca
    I i i
    J j i longa
    L l elli
    M m emmi
    N n enni
    O o o
    P p pi
    Q q cu
    R r erri
    S s essi
    T t ti
    U u u
    V v vi
    Z z zeta

    L’aferesi è un fenomeno linguistico che consiste nella caduta di una vocale o di una sillaba ad inizio di parola e la caduta viene indicata con un apicetto che prende appunto nome di segno di aferesi.

    L’apocope è invece la caduta finale di una sillaba o di una vocale e si segna anch’essa con l’apicetto che prende il nome di segno di apocope.

    Entrambi (aferesi e apocope) sono assai frequenti nel siciliano.
    Es.:
    ’u; ’stu; ’na sono lu; chistu e una aferesati.
    cu’; po’; su’ sono cui; poi e sunnu apocopati.

    L’elisione è la soppressione della vocale finale di una parola davanti un'altra parola cominciante per vocale e si segna con l’apicetto chiamato apostrofo.
    Vige la regola dell’italiano del non apostrofare l’articolo davanti a nomi maschili.

    Il Troncamento nel siciliano è molto raro e lo ritroviamo nella parola bonu e nella parola granni e non vanno aggiunti apicetti.
    Es.:
    fora è bon tempu
    ’nta l’occhi to’ c’è ’na gran luci.


















  • #4

    Flavia Vizzari (martedì, 17 gennaio 2017 00:11)

    III PARTE: Monosillabi e caratteristiche fonetiche del siciliano.
    I monosillabi vanno scritti con la consonante iniziale scempia (cioè non doppia), essi sono:
    iu; tu; ti; tou (sing.); toi (plur.); to’; sou (sing.); soi (plur.); so’; mi; meu (sing.); mei (plur.); me’; ci; cu’; vi; lu; li; ni; né; ma; chi; ca; (congiunzioni; aggettivi e pronomi)
    pri o pir; cu; di; si; (preposizioni)
    fa; fu; va; po; si; su’; (verbi)

    I seguenti aggettivi e avverbi possono essere scritti con la doppia consonante iniziale e con l’aferesi in quanto esemplificazioni di chissu; chiddu e non debbono essere accentati tranne gli avverbi di luogo: accà; addà…
    ’ssu; ’ddu;’ccà; ’ddà; …

    Per quanto riguarda la congiunzione <mi> (da alcuni denominata strana) c’è da dire che essa è tipica della Sicilia nord orientale, nel nucleo del territorio compreso tra Messina, Taormina e Naso e anche se è molto usata nella sua funzione imperativa di terza persona in realtà è usata in questa parte della Sicilia in sostituzione al <chi>, anche in casi dove viene a sostituire un infinito: <dicci mi trasi>; <sta’ attentu non mi cadi>; <passai senza mi ti vidu>; <hai ragiuni mi ti lagni>.
    Bisogna fare attenzione alla scrittura di due monosillabi vicini e non unificarli nella scrittura, tipo <mi ni vaju> che potrebbe confondersi con <minni> (mammelle) o <si ci vaju> con <sicci> (seppie).
    Come tutte le lingue anche la Lingua siciliana ha delle pronunzie particolari; la maggior parte di esse sono costituite da pronunce cacuminali (cioè piegando la lingua all’indietro contro il palato). Leggendo un testo siciliano ci si rende conto pertanto che non tutto si legge per come è scritto e che determinate lettere hanno una pronuncia caratteristica.
    Le potremmo sintetizzare distinguendo la doppia dd cacuminale, il cui suono è simile a ddr;
    il fonema ng nasale velare e molto profondo;
    il fonema tr detto “affricata”, il cui suono si può dire costituisca la peculiarità della lingua parlata sicula e i non siciliani possono realmente apprenderlo dalla viva voce dei parlanti;
    la lettera r ad inizio di parola che può essere dolce come in <rutta> (rotta), o aspra nel caso in cui c’è una aferesi <’rutta> (grotta).
    Questi fonemi possiedono un suono retroflesso probabilmente derivante da un sostrato linguistico forse pre-indeuropeo.
    In siciliano si hanno però, anche, in base al luogo di appartenenza, differenze di pronuncia che vanno scritte come si legge, come nel caso del dittongo metafonetico <ie> : lu ventu o lu vientu, o <uo>: bonu o buonu…